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L’idea di Confartigianato: “Trasformiamo il costo dell’attesa in un investimento per creare nuovo lavoro”.


Confartigianato Taranto interviene alla vigilia dell’udienza del 9 settembre davanti alla Corte d’Appello di Milano, che discuterà la sospensione del provvedimento di fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva. L’associazione attende con rispetto l’esito, ma richiama la città a una scelta non più rinviabile: costruire il proprio futuro indipendentemente dal destino della fabbrica.

«Non possiamo continuare, anno dopo anno, appesi alla stessa domanda: l’ex Ilva resterà aperta o chiuderà? Nel frattempo migliaia di lavoratori sono in cassa integrazione, l’indotto si prepara ai licenziamenti collettivi e l’economia tarantina rischia la paralisi. Dopo la parentesi positiva dei Giochi del Mediterraneo, Taranto si ritrova ancora una volta davanti ai suoi problemi irrisolti.
Sul futuro dell’ex Ilva continueremo a pretendere chiarezza e garanzie per lavoro, salute e ambiente. Ma Taranto non può più aspettare. Qualunque sia l’esito della vicenda, difficilmente il siderurgico potrà tornare ad essere, sul piano occupazionale, quello dei decenni passati. E va detto con chiarezza anche ai lavoratori: non siamo davanti alla solita crisi, in attesa che tutto torni come prima. Quel modello di fabbrica è finito. Bisogna cominciare a cercare lavoro anche altrove.
La cassa integrazione è indispensabile per proteggere reddito e famiglie, ma deve essere un ponte verso il lavoro, non una “safety car” che accompagni migliaia di persone fino alla pensione. Anni fuori dai processi produttivi rischiano di disperdere professionalità e rendere sempre più difficile la ricollocazione.
E qui emerge il paradosso: migliaia di persone sono sospese dal lavoro mentre artigiani e piccole imprese cercano personale qualificato e spesso rinunciano a commesse perché non lo trovano.
Per questo Confartigianato chiede al Ministro del Lavoro Marina Calderone e al Governo uno strumento straordinario: per quattro-cinque anni, una dote per il lavoratore dell’ex Ilva o dell’indotto assunto stabilmente da un’altra impresa. Non proponiamo di trasferire la CIGS, ma di integrare ammortizzatori, sgravi contributivi, politiche attive e formazione in un incentivo pluriennale direttamente all’impresa che assume e mantiene quel lavoratore. Trasformiamo progressivamente il costo pubblico necessario a sostenere un posto di lavoro che rischia di essere perso nell’investimento pubblico necessario a crearne uno nuovo.
Il lavoratore passerebbe dalla cassa integrazione allo stipendio, l’impresa troverebbe professionalità. Mille posti? Millecinquecento? Perché non provarci? Bisogna partire subito dalla profilazione dei lavoratori: competenze e qualifiche da incrociare con i fabbisogni delle imprese. Anche la formazione deve cambiare logica: prima individuiamo chi può assumere e cosa cerca, poi costruiamo i percorsi.
Partiamo dal lavoro che esiste e formiamo le persone per svolgerlo, anche direttamente in officine, laboratori, cantieri e imprese. Piccola impresa, artigianato e terziario sono grandi bacini occupazionali. Tra i lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto ci sono competenze che, adeguatamente sostenute, possono diventare nuove imprese. Per troppo tempo Taranto ha pensato che sviluppo significasse necessariamente grande industria. Questa monocultura economica ci ha resi più fragili. Diversificare significa puntare anche sull’economia diffusa, come mostrano le economie di Bari e Lecce.
Chiediamo poi piena trasparenza sui risultati delle risorse già destinate alla transizione. Il Just Transition Fund ha destinato a Taranto risorse straordinarie e PIA e MiniPIA registrano programmi per centinaia di milioni di euro. Sono trascorsi mesi: ancora non si sa quali settori e filiere saranno sviluppati, quanti investimenti sono locali o esterni, quanti posti saranno creati, quali professionalità serviranno e quando diventeranno realmente stipendi. Senza collegare investimenti, imprese e lavoratori rischiamo una sommatoria di strumenti invece di una politica di transizione.
Servono soprattutto soluzioni “pronta consegna”: tra un grande investimento e il primo stipendio possono trascorrere anni. Le imprese esistenti possono assumere adesso, l’artigianato crescere adesso, nuove imprese nascere adesso.
Poi c’è il futuro dello stabilimento. Se la fermata dell’area a caldo dovesse essere confermata, bisognerà chiarire subito il destino della decarbonizzazione. Si vuole ancora realizzare il forno elettrico a Taranto? Con quali tempi, investimenti, capacità produttiva e occupazione? Oppure si punta su altro? Non possiamo uscire dall’incertezza sugli altiforni per entrare in quella sulla decarbonizzazione.
Una certezza esiste: quelle immense aree dovranno comunque essere risanate e bonificate. Davvero, non sulla carta. La bonifica non è soltanto una necessità ambientale e sanitaria: può diventare una traiettoria di diversificazione, creando una filiera del risanamento industriale e ambientale, dell’economia circolare e del recupero delle aree, capace di generare imprese e lavoro per anni.
Dopo quattordici anni, il problema di Taranto non è più soltanto decidere cosa fare dell’ex Ilva. È decidere cosa vogliamo fare di Taranto. Il Governo farà le proprie scelte, la magistratura il proprio corso, gli investitori le proprie valutazioni. Ma Taranto non può restare ferma. Qualunque cosa accada all’ex Ilva, Taranto deve costruire adesso il lavoro che servirà domani. Non possiamo arrivare alla prossima decisione ancora una volta senza essere pronti.» Fabio Paolillo 
Segretario generale Confartigianato Taranto

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