CRONACHE TARANTINE
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La città vive ore di attesa febbrile. Dopo l’udienza del 9 settembre a Milano, tutto ruota attorno alla decisione della Corte d’Appello: lo stop dell’area a caldo è a un passo e il futuro dell’acciaio italiano si gioca in pochi giorni.
La vicenda è entrata nella fase più tesa. Proviamo a fare un punto della situazione.
A Milano i giudici hanno ascoltato le parti per quasi due ore, poi si sono riservati. Ora devono stabilire se confermare o sospendere il decreto che impone la chiusura dell’area a caldo entro fine ottobre. La decisione è attesa entro tre-quattro giorni, forse già martedì, e potrebbe ridisegnare l’intero equilibrio della siderurgia nazionale.
Il Governo, consapevole dell’impatto sociale, sta preparando un piano d’emergenza. Se la fermata verrà confermata, oltre diecimila lavoratori tra Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi finiranno in cassa integrazione, con ricadute pesanti anche sull’indotto. Palazzo Chigi insiste sulla necessità di accelerare la transizione verso tecnologie pulite: forni elettrici, produzione basata sul preridotto, investimenti certi e un tavolo permanente per monitorare ogni passaggio della trasformazione.
Le imprese dell’appalto chiedono risposte immediate. Aigi, che aveva avviato le procedure per 2.500 dipendenti poi congelate, sollecita garanzie sui pagamenti, investimenti concreti e ammortizzatori sociali che non gravino sulle aziende. Il presidente Nicola Convertino è chiaro: “Non possiamo più restare fermi”. La preoccupazione è diffusa: senza una strategia definita, l’indotto rischia di collassare.
Confartigianato propone di trasformare le bonifiche in una leva industriale, con cantieri, formazione e percorsi di ricollocazione per chi resterà senza attività. L’idea è quella di costruire un ponte tra la fase di fermata e un nuovo modello produttivo, evitando che la cassa integrazione diventi un limbo senza prospettive.
Confcommercio guarda oltre l’emergenza. Il presidente provinciale Giuseppe Spadafino e il vicepresidente nazionale Pasquale Russo chiedono un tavolo stabile a Taranto, svincolato dalla vicenda Ilva, per avviare una diversificazione reale. Porto, turismo, economia del mare, attrazione di investimenti e utilizzo dei fondi europei come il Jtf: la città, dicono, non può restare ostaggio di una sola fabbrica. “Il futuro di Taranto non può dipendere da un’unica crisi”, ribadiscono.
In queste ore sospese, Taranto chiede una regia chiara, tempi definiti e un percorso che non lasci indietro nessuno. La città vuole sapere quale sarà il suo domani e pretende che la decisione dei giudici non diventi l’ennesimo capitolo di incertezza. La verità sul destino dello stabilimento è vicina, ma il territorio reclama finalmente una direzione stabile.