CRONACHE TARANTINE
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Il giorno successivo al pronunciamento della Corte d’Appello di Milano, in città si intrecciano emozioni e riflessioni: sollievo, soddisfazione, gioia.
Ma anche rabbia, preoccupazione e quel senso di sospensione che accompagna chi, deluso da anni di colpi di coda politici, aspetta di vedere cadere le ciminiere per credere davvero che sia finita. Giustizia per Taranto commenta la decisione dei giudici e richiama le responsabilità di chi, per decenni, ha tratto vantaggio da un sistema insostenibile.
Secondo il movimento, sarà difficile che il ricorso straordinario in Cassazione promosso dall’azienda possa ribaltare la sentenza, così come appare improbabile un nuovo decreto capace di neutralizzarla. Il Governo, impegnato a presentarsi al meglio in vista delle politiche del prossimo anno, ha già trovato nell’esito giudiziario un alibi utile per scaricare responsabilità su una situazione che non aveva più margini di recupero. «L’area a caldo non interessava più a nessuno» osserva Giustizia per Taranto, «e il cerchio, politicamente, si chiude qui».
Il nodo ora riguarda ciò che potrebbe accadere all’area a freddo e alle ipotesi di nuovi impianti – forni elettrici, DRI e altre soluzioni – inseriti in pacchetti industriali la cui sostenibilità ambientale ed economica non è mai stata dimostrata. Da qui l’invito a vigilare con attenzione.
Il movimento esprime inoltre sconcerto per alcune reazioni politiche locali e per le dichiarazioni di chi continua a evocare decreti, scorciatoie e lo spettro dei licenziamenti come arma di pressione sulla città. Una strategia che, secondo Giustizia per Taranto, appartiene alla peggiore tradizione di questa lunga vicenda.
La nota si rivolge poi direttamente ai titolari delle aziende dell’indotto, distinguendo nettamente la loro posizione da quella dei dipendenti: «Per anni vi siete cullati in posizioni di rendita, protetti dalla politica peggiore, senza mai considerare la diversificazione dell’economia. Avete goduto di commesse dirette, salvo lamentarvi quando Mittal scelse aziende fuori dal territorio. Avete ricorso a massicce campagne di cassa integrazione per alleggerire i costi, siete rimasti al capezzale della fabbrica anche quando non vi pagava, conoscendo perfettamente la situazione, le perdite, i rischi per i vostri operai e per la città».
Una denuncia dura, che si conclude con una presa di posizione netta: «In questa nuova fase che speriamo possa finalmente aprirsi, vogliamo che ci sia spazio per i vostri dipendenti. Di prenditori come voi, Taranto può fare volentieri a meno».