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Potrebbe essere una giornata decisiva quella di oggi, 16 settembre. 


Il Governo prova a mettere un argine alla crisi dell’ex Ilva mentre la fermata dell’area a caldo entra nella sua fase irreversibile. Oggi si consuma il passaggio politico più delicato: prima il confronto con i sindacati nella Sala Verde di Palazzo Chigi, poi il Consiglio dei ministri chiamato a varare un decreto d’urgenza che dovrà gestire la transizione industriale e sociale del più grande polo siderurgico italiano. Una manovra che punta a blindare l’occupazione, stabilizzare l’indotto e accompagnare l’ingresso del nuovo investitore privato, mentre gli impianti si avviano allo spegnimento definitivo.
La giornata si apre alle 10, quando Fim, Fiom e Uilm vengono convocati a Palazzo Chigi per un confronto diretto con l’esecutivo. Sul tavolo c’è la gestione dello stop dell’area a caldo, confermato l’11 settembre dalla Corte d’Appello di Milano, che ha imposto la fermata degli altiforni entro 90 giorni. Una decisione che ha accelerato una transizione già in corso e che ora richiede strumenti straordinari per evitare un impatto sociale devastante su Taranto e sull’intero sistema siderurgico nazionale.

Il decreto: ammortizzatori potenziati e scudo occupazionale.

Nel pomeriggio, alle 16.30, il Consiglio dei ministri è pronto a varare il decreto ad hoc. Il provvedimento prevede un ampliamento senza precedenti degli ammortizzatori sociali: altri 5.000 lavoratori di Acciaierie d’Italia entreranno in cassa integrazione straordinaria, che si somma ai 4.500 già autorizzati, di cui 3.800 a Taranto. Per l’indotto è prevista una cassa in deroga, indispensabile per congelare le procedure di licenziamento già avviate da decine di aziende che non riescono più a sostenere i costi della fermata.
Il decreto introduce anche un blocco dei licenziamenti, incentivi all’esodo volontario, percorsi di prepensionamento, tutele per i lavori usuranti e accesso ai benefici amianto. L’obiettivo è duplice: garantire la tenuta sociale del territorio e accompagnare la transizione industriale fino all’arrivo del nuovo socio privato, atteso nel 2027.

La fermata degli impianti: un processo irreversibile.

Intanto, la fermata procede secondo il cronoprogramma stabilito. L’altoforno 2, l’unico ancora operativo, ha già ridotto la carica di minerali e coke: l’ultima colata è prevista a fine settembre. A seguire, entro il 26 ottobre, verranno spente le batterie coke 7, 8, 9 e 12, in linea con i 90 giorni fissati dall’ordinanza del 27 luglio.
Gli altri impianti sono già fuori gioco: l’altoforno 1 è sotto sequestro da maggio 2025 dopo l’incendio, mentre l’altoforno 4 è fermo per manutenzione. I cowpers non possono essere mantenuti in conservazione, rendendo il fermo irreversibile. Resterà attiva solo la laminazione a freddo, alimentabile con bramme acquistate sul mercato internazionale: una soluzione tampone per evitare lo spegnimento totale del sito.

La nuova fase industriale: addio altiforni, avanti con DRI ed elettrici.

Secondo i commissari straordinari Quaranta e Fiori, ascoltati al Senato, la fermata dell’area a caldo non è solo una necessità imposta dalla magistratura, ma anche l’occasione per accelerare una riconversione già inevitabile. Il futuro del sito passa per la produzione con forni elettrici e per l’impianto DRI (preridotto), tecnologia considerata più sostenibile e compatibile con gli obiettivi europei di decarbonizzazione.
Il prestito da 100 milioni concesso dal Governo è stato utilizzato per saldare parte dei debiti verso l’indotto e garantire continuità operativa durante la transizione. Una boccata d’ossigeno che però non basta a rassicurare le imprese del territorio.

La gara per il nuovo socio: quattro candidati, scenario aperto.

Sul fronte societario, la procedura per l’ingresso del nuovo investitore è entrata nel vivo. Sono quattro i candidati:

• Jindal, con un’offerta vincolante per area a caldo e a freddo;
• Flacks Group, più defilato;
• Federacciai, interessata solo alla parte a freddo;
• CE Industries, gruppo ceco già attivo nel settore.

Le offerte vanno presentate entro il 15 ottobre, ma non si esclude una proroga. L’ingresso del nuovo socio è previsto a inizio 2027, quando il sito dovrebbe essere già avviato verso la riconversione.

Le richieste dei sindacati: un piano nazionale per la siderurgia.

Fim, Fiom e Uilm chiedono che la crisi dell’ex Ilva diventi l’occasione per varare un piano nazionale straordinario per la siderurgia. Le richieste includono una clausola sociale per gli appalti, l’acquisto di bramme sul mercato per mantenere attiva Taranto, e un progetto di verticalizzazione su tutti i siti del gruppo. Per i sindacati, la transizione non può essere gestita come una semplice emergenza: serve una strategia industriale che riporti la siderurgia al centro delle politiche nazionali.

L’allarme dell’indotto: “Senza garanzie sarà catastrofe”.

Dal fronte delle imprese arriva l’allarme di Confapi, che con il presidente Fabio Greco ha scritto ai commissari chiedendo risposte immediate. Le domande sono dirette: come verranno saldati i crediti maturati e quelli futuri? Quali garanzie ci saranno per le manutenzioni durante la messa in sicurezza degli impianti? Senza certezze, avverte Confapi, il rischio è una catastrofe socio‑economica per Taranto e per il Paese, con centinaia di aziende esposte e migliaia di famiglie coinvolte.

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