CRONACHE TARANTINE
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Occhi marroni, capelli castani, pelle olivastra e nel DNA la Magna Grecia.
Sono i risultati svelati ieri, 18 settembre, nella Sala Lippolis del MArTA di Taranto, durante la conferenza “L’Atleta di Taranto: il genoma di un antico campione” tenuta dal prof. Beniamino Trombetta della Sapienza di Roma per il progetto del Ministero della Cultura “L’eredità genetica della Magna Grecia nel Sud Italia”. A 2.500 anni dalla morte, il celebre campione del pentathlon non è più solo uno scheletro in una teca, ma un uomo con il suo gruppo sanguigno, le sue fragilità e la sua forza.
La scienza gli ha restituito un volto e una storia quotidiana. L’Atleta, sepolto nel V secolo a.C. con le quattro anfore panatenaiche vinte ad Atene, custodiva un DNA a doppia anima: una marcata impronta greca intrecciata a quella delle antiche popolazioni italiche. La prova genetica che Taranto è sempre stata incontro e fusione di popoli.
Le analisi hanno rivelato altri dettagli che emozionano: gruppo sanguigno zero, intolleranza al lattosio, predisposizione alla psoriasi e una variante genetica tipica degli atleti di potenza ed esplosività. Era letteralmente nato per il pentathlon.
Persino la sua dieta è riemersa: il tartaro dentale conserva abbondanti tracce di molluschi. Mangiava il mare di Taranto, come noi oggi. Da lì nasce anche l’ipotesi più suggestiva dei ricercatori: l’arsenico contenuto in quei molluschi potrebbe aver causato la sua morte prematura.
Per la direttrice del MArTA Stella Falzone è un momento straordinario: “Non vediamo più un reperto, ma la persona”.
Potete incontrarlo di persona nella mostra “L’Arte della Vittoria. Atleti e competizioni nel Mediterraneo”, aperta al MArTA fino al 10 gennaio 2027. Nella stessa sala la sua tomba monumentale, le anfore della vittoria e il dialogo con i campioni di oggi, da Iacovone a Benedetta Pilato e Antonella Palmisano. Andate a guardarlo negli occhi: è il tarantino più antico che abbiamo.