CRONACHE TARANTINE
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Vale 830 milioni di euro la posta in gioco nella nuova offensiva giudiziaria avviata dall’ex Ilva per evitare lo spegnimento dell’area a caldo.
La società sostiene che fermare gli impianti comporterebbe un impatto economico enorme e metterebbe a rischio gli investimenti già sostenuti per garantire la continuità produttiva.
Nuovo capitolo nella vertenza che riguarda lo stabilimento siderurgico di Taranto. L’ex Ilva ha presentato una nuova richiesta di sospensione alla Corte d’Appello di Milano per scongiurare lo stop degli impianti previsto entro il 26 ottobre.
Al centro dell’istanza c’è il peso economico che deriverebbe dalla fermata dell’area a caldo. Secondo la società, per ripristinare gli impianti dopo uno spegnimento sarebbero necessari investimenti stimati in circa 830 milioni di euro, oltre a tempi particolarmente lunghi per il ritorno alla piena operatività.
I legali evidenziano inoltre che, dall’avvio dell’amministrazione straordinaria, sono state impiegate ingenti risorse pubbliche per assicurare la continuità produttiva e preservare il futuro industriale del sito.
La difesa punta ora sull’imminente esame del ricorso da parte delle Sezioni Unite della Cassazione, passaggio ritenuto decisivo per chiarire la vicenda giudiziaria. Per l’azienda sarebbe ragionevole attendere l’esito di quel pronunciamento prima di procedere con operazioni che potrebbero produrre effetti irreversibili sugli impianti.
Secondo la società, un rinvio di poche settimane consentirebbe di evitare conseguenze permanenti sul ciclo produttivo, garantendo nel contempo una valutazione definitiva della controversia nelle sedi competenti.
La nuova udienza davanti alla Corte d’Appello è fissata per il 30 settembre. Intanto resta aperto il confronto tra le ragioni dei cittadini che chiedono la tutela della salute e dell’ambiente e quelle dell’azienda, impegnata a difendere la continuità delle attività produttive e il futuro del polo siderurgico tarantino.