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Foto Studio R. Ingenito

L’Associazione Genitori Espropriati interviene nel dibattito sul futuro dell’aeroporto di Taranto-Grottaglie e sposta l’attenzione dalle infrastrutture alle persone: «Non è solo una questione di voli e numeri, ma di famiglie che vogliono restare unite».


Non parla di rotte, compagnie aeree o piani industriali. Parla di genitori, nonni e figli lontani. È un intervento carico di umanità quello portato da Giuseppe Capobianco, referente dell’Associazione Genitori Espropriati (A.G.E.), durante l’incontro promosso dall’Unione Movimenti Pro Aeroporto di Taranto-Grottaglie.
Un contributo che prova a ribaltare la prospettiva con cui spesso viene affrontato il tema dello scalo jonico, spostando il focus dalle questioni tecniche alle esigenze quotidiane delle famiglie.
«Quando un figlio parte per studiare o lavorare lontano, non parte soltanto lui: si allontana un'intera famiglia», afferma Capobianco.
L'associazione sottolinea di non essere contraria alla mobilità dei giovani. Al contrario, sostiene il loro diritto a costruirsi un futuro ovunque ritengano opportuno. Ma evidenzia come la distanza geografica rischi troppo spesso di trasformarsi in distanza affettiva.
Da qui il richiamo al ruolo che potrebbe svolgere l'aeroporto di Grottaglie.
«Per un genitore, soprattutto quando cominciano ad avanzare gli anni, raggiungere gli aeroporti di Bari o Brindisi può diventare un problema tutt'altro che secondario. Non tutti hanno la possibilità di affrontare facilmente lunghi spostamenti, coincidenze e attese».
Un disagio che molti tarantini conoscono bene. Partenze da un aeroporto e rientri in un altro, attese notturne per le navette, costi elevati per taxi e trasferimenti verso casa.
«E tutto questo mentre abbiamo, a pochi chilometri da casa, un aeroporto che vorremmo poter utilizzare», osserva il referente dell'A.G.E.
Nel suo intervento emerge una riflessione che va oltre il tema dei trasporti. Per l'associazione, uno scalo operativo per i passeggeri rappresenterebbe anche uno strumento per mantenere vivi i rapporti familiari.
«Un collegamento aereo più vicino significa poter raggiungere più facilmente un figlio che vive lontano, oppure permettere a un figlio di tornare a casa più frequentemente. Significa poter essere presenti per un compleanno, una ricorrenza, una festività, una nascita o semplicemente per trascorrere qualche giorno insieme».
Parole che trasformano la discussione sull'aeroporto in una questione sociale prima ancora che infrastrutturale.
«I nostri figli hanno il diritto di partire. Noi genitori abbiamo il diritto di poterli raggiungere. E loro devono poter tornare a casa».
Secondo l'associazione, se non è possibile eliminare le distanze create dallo studio o dal lavoro, è necessario almeno renderle più facilmente superabili attraverso collegamenti accessibili e vicini al territorio.
Per questo l'A.G.E. sostiene la richiesta di una funzione stabile e concreta per l'aeroporto Arlotta anche nella mobilità delle persone, senza entrare nel merito delle soluzioni tecniche.
«Non abbiamo la pretesa di indicare quali rotte, quali compagnie o quale modello aeroportuale siano tecnicamente più opportuni. Possiamo però portare una voce che troppo spesso rimane fuori dalle discussioni: la voce delle famiglie».
Un messaggio che si chiude con un'immagine semplice ma efficace, destinata a lasciare il segno nel dibattito cittadino.
«Per noi un aeroporto non è soltanto una porta verso il mondo. Può essere anche una porta che permette ai nostri figli di tornare a casa e alle nostre famiglie di rimanere unite».

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