CRONACHE TARANTINE
IL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE DI TARANTO
Come in un giallo ad alta tensione per dissetarsi di verità. Non fossimo davanti al destino di una fabbrica che d’acciaio ha ormai ben poco, e somiglia più a un castello di sabbia, ci scapperebbe pure un sorriso emotivo.
Ma qui le emozioni c’entrano fino a un certo punto. Perché parliamo di giustizia, parliamo dell’ex Ilva e di quel che ne sarà. E parliamo del futuro di una città, comunque divisa nella scelta, per certi versi tragica, tra salute e lavoro. Imprigionata dalle responsabilità di governi che dal 2012 ad oggi non hanno fatto granchè per dare risposte a un territorio di sacrificio, come definito dall’ONU.
Eppure, l’attesa è enorme. Perché, ricordiamolo ancora una volta, la Corte di Cassazione deve pronunciarsi sulla sentenza della Corte d’Appello di Milano che, a luglio, ha intimato lo stop all’area a caldo dello stabilimento tarantino. Uno stop contestato da Acciaierie d’Italia, Ilva in AS e Acciaieria Holding, oltre che minato dalla contrarietà della Procura generale della Cassazione. Insomma, se fosse stato rispettato il decreto di stop, le inquietanti ciminiere avrebbero spento per sempre le loro emissioni velenose già il 25 ottobre: a salvarle, temporaneamente, l’ultimo decreto del Governo che ha permesso la tenuta “in caldo” degli impianti fino e non oltre il 15 dicembre. Ovvio aspettarsi la fermata definitiva se la Suprema Corte respingerà i ricorsi delle aziende e respingesse così anche il parere della Procura generale.
“Ma almeno l’avete letta la sentenza?”. Già, l’avete letta, cari politici italiani? Se lo chiede ironicamente Genitori Tarantini, che incalza la classe politica, accusandola di ignorare la portata delle decisioni giudiziarie sull’ex Ilva e di continuare a contrapporre salute e lavoro, nonostante i pronunciamenti della Corte di giustizia dell’Unione europea e della magistratura milanese.
Nel mirino ci sono soprattutto le dichiarazioni di chi sostiene di non voler scegliere tra tutela della salute e salvaguardia dell’occupazione. “Non siete voi a scegliere di non scegliere tra salute e lavoro: è la sentenza della Corte di giustizia europea ad averlo chiarito per sempre, due anni fa”, affermano l’associazione, chiedendo ai rappresentanti istituzionali se abbiano davvero approfondito il contenuto delle pronunce. Il riferimento è alla sentenza del 25 giugno 2024, con cui la Corte di giustizia dell’Unione europea si è espressa sulla normativa applicabile allo stabilimento siderurgico di Taranto. La decisione è stata pronunciata nell’ambito del procedimento civile già accennato davanti al Tribunale di Milano. Nel settembre 2022 i giudici milanesi avevano disposto un rinvio pregiudiziale alla Corte europea, chiedendo chiarimenti sull’interpretazione della direttiva sulle emissioni industriali. La Corte di Lussemburgo ha stabilito che la valutazione dell’impatto delle emissioni sulla salute deve essere parte integrante delle procedure di autorizzazione degli impianti industriali. Ha inoltre chiarito che, in presenza di pericoli gravi e rilevanti per l’ambiente e la salute umana, l’attività dell’impianto deve essere sospesa. Il resto è storia dibattuta in queste settimane, fino all’attesa del pronunciamento della Cassazione.
Genitori Tarantini insiste anche sul ruolo dei cittadini che hanno intrapreso l’azione giudiziaria e critica la scarsa attenzione delle istituzioni verso chi ha sostenuto in prima persona il peso delle iniziative legali. “Avete compreso che sono stati semplici cittadini tarantini, e non voi, a ottenere questa sentenza epocale, grazie soprattutto ad avvocati straordinari che hanno lavorato pro bono? E nessuno di voi li ha mai ringraziati”, anche perchè le istituzioni, è l’accusa, hanno lasciato ai cittadini responsabilità che avrebbero dovuto assumersi gli organismi pubblici. “Serietà e coerenza: è questo che pretendiamo dalla politica. È così difficile?”, conclude l’associazione.
Nel frattempo, non vanno dimenticate altri due appuntamenti: il 27 ottobre e l'8 novembre. Martedì il Governo incontrerà nuovamente i sindacati a Palazzo Chigi, mentre entro l’8 i gruppi ancora in corsa per l’acquisizione dell’azienda dovranno presentare le offerte vincolanti: gli indiani di Jindal e gli italiani guidati da Federacciai. Sia il Governo sia i potenziali acquirenti attendono la decisione della Cassazione: il primo per calibrare i propri piani e dare risposte ai sindacati, i secondi per adeguare le offerte in base al mantenimento o meno dell’area a caldo.
C’è altro da annotare? Sì, perché nell’ex Ilva aumenta la cassa integrazione con altri 4.172 dipendenti: la CIGS sale a 8.622 unità, passando dagli attuali 4.450. Una richiesta di cassa che decorrerà dall’autorizzazione sino al 28 febbraio 2027.
E i sindacati? Dopo le mobilitazioni dei giorni scorsi, ritengono che seppur la Cassazione accogliesse il ricorso, difficilmente potrà esserci continuità produttiva: servono soldoni e un indirizzo pubblico per traghettare questa fase emergenziale ed evitare il collasso del tessuto produttivo ed economico del nostro territorio. Lo sostengono i sindacati di categoria di Taranto Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm e Usb. Insomma, chiedono soluzioni.
Soluzioni, già. Che per esempio sono state indicate dalla grande manifestazione del 17 ottobre scorso, quando migliaia e migliaia di cittadini hanno sfilato per le vie di Taranto invocando chiusura della ‘fabbrica di morte’, bonifiche e quindi lavoro. Un lunghissimo corteo quasi oscurato dai media nazionali. Perché, evidentemente, bandiere e scioperi e parole dei politici fanno più cassetta, tirano di più, fanno audience rispetto alle voci libere dei cittadini. Che, ora, sperano davvero nella giustizia e nella Suprema Corte per mettere fine a una storia d’acciaio troppo lunga e devastante.