CRONACHE TARANTINE
IL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE DI TARANTO
Partiamo dai numeri. Acciaierie d’Italia in AS, prim’ancora che la Corte di Cassazione si pronunciasse, aveva già previsto un ampliamento della platea di lavoratori in cassa integrazione, arrivando a un massimo di 8.622 coinvolti a livello nazionale, portando a un incremento di 4.172 unità rispetto al precedente limite di 4.450.
La misura, legata alle procedure di spegnimento e fermata degli impianti dell'area a caldo, è prevista fino al 28 febbraio 2027. Nei dettagli, a Taranto fino a 6.964 lavoratori su un organico totale di 7.875 (circa il 90% della forza lavoro del sito), a Genova fino a 870 lavoratori coinvolti (su 917 totali), a Novi Ligure fino a 515 lavoratori coinvolti (su 542 totali), infine a Milano: 117 lavoratori negli uffici amministrativi. A livello nazionale resterebbero in servizio circa 1.004 persone per garantire la sicurezza, la guardiania degli asset aziendali e la continuità essenziale degli impianti. Senza trascurare i numeri dell’indotto, che riguarderebbero oltre 4.000 lavoratori.
Perchè ricordare queste cifre? Perchè è l’impatto, sul quale dovrà lavorare il Governo. Giocoforza. Numeri impressionanti, se si vuole, e aumentano per la ricaduta che hanno sull’economia intera della città, del territorio: molte attività, come il commercio ad esempio, dipendono dalla capacità di spesa del cittadino. E una economia sempre più povera si riverbera anche sulle altre, appunto, attività.
Taranto chiede d’essere risarcita. Taranto attende risposte chiare. Che non riguardano solo e soltanto la siderurgia, ma una visione solare di quel che si vuol proporre.
Gli altiforni sono in fase di spegnimento definitivo, l’arrivo di ispettori di Ispra e Arpa ne sono la conferma. Ci vorrà del tempo per il completamento delle operazioni. La delicata procedura prevede lo spegnimento di Afo 2, l’unico in marcia sino ad inizio ottobre, Afo 1, già fermo dall’incendio delle tubiere del 2025 e sotto sequestro giudiziario, e Afo 4, fermo però da febbraio. In sintesi, tre i passaggi: interruzione dei flussi di gas tecnici, svuotamento dei condotti e dei sili, spegnimento graduale delle caldaie principali. Naturalmente, tutto con la massima attenzione per evitare danni strutturali e soprattutto impatti ambientali incontrollati.
E da quel momento in poi? E’ il grande dubbio di tutti. Cosa accadrà? La cassa integrazione, secondo l’ultimo decreto legge varato dal Governo, prevede la copertura fino a giugno del prossimo anno, con una integrazione. E poi, sarà rinnovata? Probabilmente sì, perché se è vero che il Governo pensa a DRI e forni elettrici (e sotto sotto al rigassificatore, diciamolo pure), è altrettanto vero che la prossima data da tener presente è l’8 novembre, termine ultimo per la presentazione delle offerte vincolanti per l’acquisto dell’ex Ilva. In campo, almeno sinora, il colosso indiano Jindal e una cordata di industriali italiani capeggiata da Federacciai. Staremo a vedere.
Intanto, c’è da ricordare ancora una volta che una stima per realizzare il primo forno elettrico (entro il 2029) e del secondo (entro il 2030) parla di un impegno finanziario che va dai 4 ai 5 miliardi di euro. Che non sono noccioline, se si considera che in molti, specialmente i sindacati, premono affinché ci sia la partecipazione diretta dello Stato (dimenticando, forse, che dal 2012 l’azienda è già nelle sue mani).
Ricapitolando, qui si sta parlando di salvezza degli asset ex Ilva attraverso l’acquisto da parte di imprenditori: con quali prospettive e soprattutto con quale piano industriale non può sapersi oggi. Facile immaginare, però, che a pagare il prezzo più alto saranno i lavoratori (impianti meno impattanti richiedono meno dipendenti). E come risarcire questi lavoratori che rischiano l’esodo, seppur con paracadute (amianto, lavori usuranti, incentivi se nei diritti acquisiti)? Ma soprattutto: come risarcire la città dei sacrifici sopportati finora e che sopporterà ancora (gli effetti dell’inquinamento di oltre 60 anni non si esauriscono con lo spegnimento degli altiforni…)?
Il Governo ha parlato anche di coinvolgimento delle grandi aziende partecipate per un progetto complessivo che riguardi anche le aree da dismettere, quindi con possibili interventi industriali per assorbire lavoratori (e qui le bonifiche c’entrano, eccome). Si è però nel campo delle ipotesi: da qui a mettere a terra progetti importanti e soprattutto efficaci, ce ne passa. Nel frattempo, la pressione per l’incertezza del futuro c’è e ci sarà ancora. E qui entrano, o almeno dovrebbero, in scena anche le istituzioni locali, dalla Regione al Comune, che potrebbero in qualche modo agevolare nuove attività senza sprecarsi troppo nelle procedure burocratiche, individuando risorse e idee specifiche per l’area tarantina. Si può fare, è chiedere troppo?
Alla base però c’è un aspetto: Taranto deve tornare ad essere comunità, lasciare da parte le divisioni e incalzare le istituzioni con progetti e idee. Ci sono già comitati e associazioni che lavorano da tempo, con professionalità acclarate, per una Taranto diversa, finalmente slegata dalla monocultura dell’acciaio. E ci sono imprenditori anche all’altezza, che magari sinora sono rimasti alla larga dai conflitti legati all’ambiente ma che hanno saputo diversificare e imporsi su mercati differenti.
Parlare e confrontarsi con il territorio sarebbe il minimo da parte del Governo e delle istituzioni. Ci sono settori come la portualità e la retroportualità, per esempio, che aspettano d’essere riattivati. Oppure la navalmeccanica, che potrebbe interessare nuovamente l’Arsenale militare, da troppo tempo abbandonato a se stesso e in cui operano soprattutto i privati. E perché anche le bonifiche necessarie, oggettive e legittime riguardano l’economia del mare, settore strategico per Taranto. E ci si limita a questo (le vertenze aperte sono tante), perché qui si possono assorbire lavoratori e dare respiro alla crisi occupazionale della città. E pian piano ricostruire di riflesso tutte quelle attività che oggi soffrono per la poca capacità di spesa dei cittadini, di cui s’accennava prima. Insomma, una sorta di Piano speciale per Taranto.
Ecco perché torniamo ai numeri di cui sopra. Far fronte al prevedibilissimo crollo del tessuto socio-economico non può ridursi a un mero tavolo a Palazzo Chigi o al Ministero del Lavoro solo e soltanto con alcune parti sociali. Far fronte significa anche rastrellare risorse e metterle a disposizione del territorio. Taranto lo chiede, Taranto lo merita.