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Un’occasione per avviare un confronto serio e concreto vista la straordinarietà della situazione e il numero dei lavoratori coinvolti.

E’ questa la traccia sulla quale vogliono muoversi i sindacati nell’incontro che si tiene venerdì, 6 novembre, in mattinata, presso il Ministero del Lavoro che questo vertice ha convocato.
La richiesta di Cassa integrazione, comunicata dall’azienda il 17 ottobre scorso, riguarda un massimo di 8.622 lavoratori (attualmente sono 4.450).  In servizio restano attive solo circa 1.004 unità in tutta Italia per la salvaguardia degli impianti e la guardiania. La richiesta aziendale di cassa integrazione è prevista fino al 28 febbraio 2027. Senza dimenticare però il decreto legge del Governo che prevede la copertura delle tutele fino a giugno con una integrazione.
Nello specifico, a Taranto riguarderebbe fino a 6.964 lavoratori su un organico complessivo di 7.875; a Genova fino a 870 su un totale di 917; a Novi Ligure fino a 515 su un totale di 542. Sono anche coinvolti i siti di Racconigi, Marghera, Paderno e Legnaro.

Ovvio pensare che i sindacati siano in massima allerta. Nei giorni scorsi hanno ribadito come “questo incontro, oltre a discutere dell’ammortizzatore sociale, dovrà rappresentare l’occasione per avviare un confronto serio e concreto, che tenga conto della straordinarietà degli eventi e delle esigenze di migliaia di lavoratori dell’ex ILVA”. Secondo le organizzazioni dei lavoratori, “non si tratta di un semplice passaggio formale”, ma “di un confronto che deve produrre garanzie concrete, sia rispetto al numero dei lavoratori coinvolti, sia per quanto riguarda il pagamento diretto da parte dell’INPS, che dovrà a sua volta assicurare la regolarità e la puntualità delle erogazioni, tenendo conto della situazione eccezionale che si è determinata”.
Inoltre, incalzano il Governo: “Dovrà prevedere le risorse necessarie a finanziare, attraverso interventi articolati, le uscite anticipate e volontarie, il riconoscimento del lavoro usurante per chi ha operato nel ciclo integrale e adeguate misure di incentivo all’esodo, a tutela di tutti i lavoratori coinvolti. Questo lo abbiamo ottenuto con il documento sottoscritto a Palazzo Chigi e adesso pretendiamo che vengano date risposte certe e celeri per tutti i lavoratori”.
Il tutto quasi alla vigilia della scadenza per la presentazione delle offerte vincolanti utili all’acquisizione degli asset dell’ex Ilva, fissata all’8 novembre. In corsa, come già scritto più volte, ci sarebbero tre gruppi: Jindal Steel, Flacks Group e la cordata italiana che fa riferimento a Federacciai. Una prospettiva che potrebbe cambiare parecchio gli scenari anche per i livelli occupazionali attuali dell’azienda.
Sembra diversa invece la situazione per le imprese dell’indotto. A rassicurare sui pagamenti è fresca la dichiarazione del presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma: “Non esasperiamo una situazione già difficile e complicata: le aziende dell’indotto saranno ristorate rispetto a quanto loro spettante. Abbiamo avuto rassicurazioni, in tal senso, direttamente dalla struttura governativa che segue il dossier ex Ilva”.
Toni meno aspri anche dall’associazione che raggruppa le imprese, l’AIGI, che sceglie la via del confronto costruttivo ed istituzionale e non condivide, in questa fase, il ricorso a fughe in avanti verso fantomatiche ed inutili iniziative giudiziarie nei confronti dell'amministrazione straordinaria di Acciaierie d'Italia, ipotizzate in questi giorni da altre organizzazioni dell'indotto: “La situazione è già complicata di per sé, aggiungere altra entropia non serve”.
Più critica, invece, la posizione di Confapi che, in assenza di riscontri, affiancherà le aziende che decideranno di rivolgersi alle “competenti sedi legali” a tutela dei propri crediti, come ha dichiarato il presidente Fabio Greco.
In ogni caso, sembra che i 40 milioni di credito per le aziende dell’indotto potrebbero arrivare a breve e permettere così alle stesse di pagare stipendi, fornitori e mensilità aggiuntive prima di Natale.

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