CRONACHE TARANTINE
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L’aggressione che ha spezzato la vita di Bakary Sako, 35 anni, resta ancora senza un movente.
È uno dei punti su cui gli investigatori stanno continuando a lavorare, mentre il quadro ricostruito nelle ultime ore appare ormai solido: all’individuazione dei cinque presunti responsabili – quattro minorenni tra i 15 e i 17 anni e un maggiorenne – si è arrivati grazie a un paziente e complesso lavoro di collage delle immagini registrate dalle telecamere pubbliche e private presenti nella zona. Un lavoro minuzioso, condotto dalla Squadra Mobile e dalla Polizia Scientifica, che ha permesso di seguire passo dopo passo gli spostamenti del gruppo fino al momento dell’aggressione. I cinque giovani, tutti incensurati ma già noti ai servizi per situazioni di disagio familiare e scolastico, sono attualmente in stato di fermo e nelle prossime ore saranno sottoposti agli interrogatori di garanzia. Sarebbe stata ritrovata l’arma del delitto: si tratterebbe di un coltello.
Durante la conferenza stampa tenutasi questa mattina nella sala riunioni della Questura di Taranto, è emerso un ulteriore elemento che ha suscitato forte indignazione: secondo quanto ricostruito, la vittima si era rifugiata in un bar durante i primi momenti dell’aggressione, ma il titolare dell’attività lo avrebbe invitato a uscire e non avrebbe chiamato la polizia. «Forse – ha osservato la procuratrice Eugenia Pontassuglia – se la mentalità cambiasse e ciascuno si facesse carico del problema dell’altro, certe degenerazioni potrebbero essere evitate».
Il questore Michele Davide Sinigaglia ha aperto l’incontro sottolineando «il sentimento di vicinanza verso un povero lavoratore che ha perso la vita in una maniera davvero assurda» e la soddisfazione per «il lavoro egregio svolto dagli investigatori della Squadra Mobile, con il coordinamento delle due procure e il supporto della Scientifica e della Volante». Una soddisfazione che, ha aggiunto, «non può essere piena quando si considera l’età dei protagonisti di questa vicenda», ragazzi giovanissimi coinvolti in un episodio di violenza «assolutamente priva di qualsiasi giustificazione».
La procuratrice capo Eugenia Pontassuglia ha insistito sul contesto in cui il delitto è maturato: «Da un lato un uomo di 35 anni che alle cinque del mattino va a lavorare per mantenere la sua famiglia; dall’altro ragazzi di 16, 17, 19 anni che a quell’ora scorazzano per la città alla ricerca di una persona da colpire, individuata nella persona vulnerabile, indifesa, nello specifico una persona di colore». Pontassuglia ha parlato di un fenomeno che «si sta moltiplicando» e che non può essere affrontato solo con nuove norme o pene più severe: «Dobbiamo cambiare la cultura. La nostra terra non è terra nostra: chi ha diritto di esserci deve essere rispettato».
La procuratrice capo facente funzioni del Tribunale per i Minorenni, Daniela Putignano, ha definito l’episodio «violentemente immotivato» e ha ricordato che i quattro minorenni coinvolti «sono incensurati, ma non sconosciuti all’autorità giudiziaria minorile». Si tratta infatti di ragazzi già seguiti per situazioni di disagio familiare o scolastico: «Situazioni intercettate, ma non adeguatamente trattate e controllate». Da qui l’appello a una «nuova grammatica civile», perché «la repressione conta poco se non si interviene sulle agenzie educative». Putignano ha inoltre evidenziato un fenomeno crescente: «Sempre più minori girano armati di armi da taglio. Anche in questo caso i ragazzi ne erano in possesso».
Il vicequestore Antonio Serpico, capo della Squadra Mobile, ha ricostruito il lavoro investigativo: «Se il risultato è stato conseguito in poco più di due giorni è grazie a un coordinamento perfetto e a un impegno emotivo oltre che professionale. Non era un’indagine come le altre». Serpico ha spiegato che la dinamica è stata ricostruita «solo tramite un lungo lavoro di collage dei filmati», perchè spesso le telecamere non erano orientate nella direzione utile, e che gli indagati «avevano adescato pochi minuti prima un’altra persona», segno che «cercavano una vittima».
La dott.ssa Francesca Paola Ranieri, titolare delle indagini, ha seguito passo dopo passo l’evoluzione del caso, coordinando le attività tecniche e investigative che hanno portato al fermo dei cinque giovani.
La conferenza stampa si è chiusa con un messaggio condiviso da tutti i presenti: la risposta dello Stato è stata tempestiva ed efficace ma la ferita aperta nella comunità resta profonda. E la domanda che attraversa le parole dei magistrati e degli investigatori è la stessa: come è possibile che ragazzi così giovani, già segnati dal disagio, possano trasformarsi in autori di una violenza tanto feroce.