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“Non ho commesso l’aggressione”. È quanto avrebbe dichiarato Cosimo Colucci, il 22enne indiziato, insieme ad altri cinque ragazzi, quattro dei quali minorenni, della morte del 35enne bracciante maliano Sako Bakari avvenuta all’alba di sabato 9 maggio.


Dinanzi al gip Gabriele Antonaci, Colucci si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande del giudice dell’udienza preliminare tenutasi per la convalida o meno del fermo.
Secondo quanto riferito dal Colucci durante la breve dichiarazione spontanea resa al giudice, questi sarebbe giunto sul luogo dell’aggressione soltanto in un secondo momento.
Intanto si aggrava la posizione del titolare del bar di piazza Fontana. Dopo la sospensione per 60 giorni della licenza dell’esercizio, disposta dal questore Michele Davide Sinigaglia, l’uomo, infatti, risulta indagato di favoreggiamento in quanto avrebbe rilasciato dichiarazioni in contrasto con quanto, invece, emergerebbe dalle intercettazioni in mano agli investigatori. Come il fatto di aver dichiarato di non conoscere Cosimo Colucci mentre agli investigatori risulterebbe l’esatto contrario.
Per quanto riguarda le cause che hanno portato alla morte di Sako Bakari, sarà l’autopsia, disposta per martedì 19 maggio e affidata al dottor Roberto Vaglio di Lecce, a chiarire da cosa questa sia stata causata: se dalle tre coltellate infertegli o se a seguito dei traumi riportati durante il pestaggio.
Per quanto riguarda la posizione dei quattro minorenni, il gip del Tribunale per i i Minorenni di Taranto non ha convalidato il fermo pur disponendo nei loro confronti la custodia cautelare in un Istituto Penale Minorile. 
Non si placano, nel frattempo, le reazioni e i commenti a quanto avvenuto sabato 9 maggio in città vecchia.
Il Coordinamento nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti umani esprime «profondo turbamento» per l’omicidio di Bakari Sako, definito «un segnale drammatico del disagio giovanile e dell’indebolimento dei processi educativi». Secondo il presidente Romano Pesavento, la dinamica del branco rivela «dissociazione emotiva, perdita del senso dell’altro e ricerca di identità attraverso la violenza», fenomeni che molti studiosi collegano alla «crisi simbolica» e alla «evaporazione del padre».
Per il Cnddu, l’episodio mostra «un analfabetismo emotivo crescente» e l’impatto di ambienti digitali che «abbassano la soglia dell’empatia e normalizzano l’aggressività». La scuola deve quindi «rafforzare il proprio ruolo formativo», lavorando su empatia, gestione del conflitto e riconoscimento dell’altro come persona. «Punire è necessario, ma non basta: occorre prevenire», afferma Pesavento, chiedendo percorsi strutturali di educazione emotiva e una «nuova alleanza educativa» tra scuola, famiglie e servizi territoriali.
La morte di Bakari Sako, conclude il Cnddu, «interroga le coscienze» e impone una domanda urgente: «Quale idea di umanità stiamo trasmettendo alle nuove generazioni?».
Anche l’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della Puglia esprime «cordoglio e sgomento» e parla di «frattura del legame sociale» e di «processo di disumanizzazione» quando una persona viene colpita perché percepita come “altra”. Le dinamiche del branco, spiegano, nascono anche dalla «stigmatizzazione delle differenze» e dall’«assuefazione ai linguaggi dell’odio». Le persone migranti vivono «esposizione multipla al trauma» e ogni violenza produce «effetti traumatici estesi sulle comunità».
L’Ordine invita a contrastare «ogni narrazione che normalizzi la disumanizzazione» e chiede politiche educative e territoriali che promuovano «convivenza, integrazione e alfabetizzazione emotiva», oltre a un rafforzamento del supporto psicologico. «Ogni vita ha valore, nome e storia», afferma la Commissione Pari Opportunità, ribadendo l’impegno per «una cultura della cura, dei diritti e dell’umanità condivisa».

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