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Sotto l’ombrellone c’è chi si dedica ai thriller, chi ai romanzi d’amore… e poi c’è chi segue la nuova saga estiva tarantina: la polemica sulla palla da tennis gigante del centro sportivo Magna Grecia.


Una storia talmente curiosa che merita di essere gustata con calma, pop‑corn alla mano, come quei film che inizi dicendo: “Vediamo un po’ dove ci porta questa”.
Capitolo 1: la pallina che diventa una celebrità.
Tutto nasce dal Dataroom di Milena Gabanelli, che pubblica un’inchiesta sui costi dei Giochi del Mediterraneo. Tra bilanci, impianti e cifre che si rincorrono, spunta lei: la palla da tennis con fontana.
Un oggetto decorativo, innocuo, quasi simpatico… che all’improvviso diventa protagonista di un caso nazionale.
La pallina, che fino al giorno prima se ne stava tranquilla nel suo angolo, si ritrova catapultata nel ruolo di “simbolo dello spreco”.
Una carriera fulminante.
Capitolo 2: il commissario e la versione “calma e gesso”.
A quel punto interviene Massimo Ferrarese, commissario straordinario dei Giochi.
Niente toni drammatici, niente scintille: con la pacatezza di chi ha visto di peggio, chiarisce che la scultura è costata 5.000 euro.
Cinquemila.
Non milioni.
Non cifre da fantascienza.
Una somma che, nel mondo delle opere pubbliche, è più vicina a “decorazione simpatica” che a “scandalo epocale”.
I famosi 5,5 milioni riguardano invece l’intero restyling del centro sportivo: 8 campi da tennis, tribune, spogliatoi, verde, impianti.
La pallina, insomma, è solo un cameo.
Capitolo 3: Taranto si divide (come sempre, con passione).
La città reagisce come sa fare:
– c’è chi vede sprechi ovunque, anche nelle navi da crociera per gli atleti;
– c’è chi difende gli impianti nuovi come un’occasione storica;
– c’è chi si diverte a seguire la polemica come fosse una serie TV.
Taranto è così: vivace, rumorosa, sempre pronta a dire la sua.
E questa pallina, senza volerlo, è diventata il perfetto pretesto per un dibattito che impazza ovunque.
Capitolo 4: morale della favola.
Alla fine, la storia è semplice:
una scultura da 5.000 euro viene scambiata per un’opera da milioni, un’inchiesta accende i riflettori, un commissario risponde punto per punto, e Taranto — come sempre — trasforma tutto in un racconto collettivo, acceso, colorato, a tratti irresistibile.
E mentre la città discute, la pallina resta lì, tranquilla, a fare il suo lavoro:
decorare, spruzzare acqua, e — perché no — regalare un sorriso a chi passa.
Che poi, sotto il sole di giugno, un po’ di leggerezza non guasta mai.

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