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Al quartiere Paolo VI ad attenderlo ci sono i cittadini che aspettano di potergli parlare dei problemi quotidiani.

Sono tutti lì, davanti alla sede dello Sportello del cittadino, in piazza Tedesco 2. Ci sono i bambini del vicino rione Tamburi che lo aspettano per consegnargli una lettera per chiedergli di interessarsi del campetto di calcio adiacente la chiesa Santi Angeli custodi, malandato, alla mercè degli atti di vandalismo; c’è chi non riesce ad arrivare a fine mese e spera in una parola di conforto; ci sono le famiglie con figli affetti da autismo che chiedono più servizi e strutture medico-sanitarie. E lui, Giuseppe Conte, presidente nazionale del Movimento 5 Stelle, non si è sottratto all’abbraccio e alla richieste, avendo una parola per tutti.
Ma presto, però, i problemi locali hanno lasciato il passo a quelli nazionali: all’ex Ilva, per esempio, o alla fresca notizia della minaccia del presidente Usa, Donald Trump, di dazi al 50% per l’Unione europea, fatto questo che ha fatto crollare le borse in un battito di ciglia.
Argomenti sui quali è stato sollecitato dalla stampa e dalle tivvù poco prima che ricevesse l’abbraccio della gente. E Conte non si è tirato indietro né ha risparmiato bordate alla premier Giorgia Meloni. E sui dazi il commento è stato tranchant: «Ma Giorgia Meloni – ha detto ritmando bene la voce - non doveva essere il ponte tra Unione Europea e Stati Uniti?»
Ma è sull’Ilva che Giuseppe Conte si è soffermato maggiormente. Dalla sua visita a Taranto, quando da premier piombò in città la vigilia di Natale del 2019, la situazione non è che sia cambiata molto, gli facciamo notare. «Sono qui a Taranto apposta», ha subito riposto il presidente del M5S che poi ha aggiunto: «ho sempre seguito questo dossier ex Ilva che personalmente mi ha impegnato anche tanto e sono qui anche oggi per confrontarmi con la comunità cittadina, guardandoci negli occhi, valutando quel che è stato fatto e quel che si può fare in modo serio, concreto, senza promesse inutili».
E nelle condizioni in cui versa la vertenza ex Ilva la strada obbligata, anzi necessaria ha puntualizzato Conte, «è quella della nazionalizzazione. Vi ricordo che Invitalia (socia al 38% con Arcelormittal che deteneva il restante 62%, ndc) l’ho voluta io per garantire una presenza pubblica che ci potesse offrire in qualche modo la garanzia della tutela nell’interesse di questa comunità e nell’interesse collettivo». Per cui, ha aggiunto ancora Conte, Invitalia «è una presenza necessaria, il pubblico è una presenza necessaria. Dobbiamo quindi lavorare perché, piuttosto che togliere risorse dobbiamo incrementare quelle per le bonifiche, dobbiamo assolutamente utilizzare i fondi del Pnrr. Abbiamo stanziato 1 miliardo di euro per assicurare una transizione verde. Dobbiamo ovviamente garantire un futuro occupazionale».
Certo, ha ammesso il presidente del M5S, la situazione «è molto difficile e compromessa ma, secondo me, se la politica si mette seriamente a lavorare possiamo in qualche modo offrire una soluzione in un contesto molto difficile. Noi siamo quelli che hanno tolto lo scudo penale perchè non possiamo offrire un salvacondotto a chi gestisce un impianto del genere che crea anche un allarme sociale e preoccupazione per la salute dei cittadini tarantini ».
Ma se gli fai notare che la precedente esperienza di Invitalia nel capita sociale dell’Ilva non è stata delle migliore, lui ti ribalta subito il campo. «Dobbiamo tener conto – ci ha tenuto subito a precisare -  che bisogna tener conto di quello che è stato fatto storicamente. Noi abbiamo ereditato uno stabilimento che nel 2017 era stato affidato ad ArcelorMittal. La gara non l’abbiamo fatta noi ma un ministro che c’era prima e che si chiama Carlo Calenda. C’era già il contratto che era stato secretato per ArcelorMittal. Quindi – ha aggiunto ancora Conte – il fatto di essere riusciti, con un contratto già chiuso, ad aumentare le risorse per le bonifiche, a cercare di migliorare un contratto già concluso e una gara già terminata a recuperare una presenza pubblica è stato un grandissimo sforzo. Adesso è facile parlare – ha detto Conte riferendosi alle recenti dichiarazioni del ministro Urso. In questo momento, però, il dossier ce l’ha in mano lui. Mi sembra – ha poi concluso – che il ministro si sia incartato». 
Nel frattempo da Roma è arrivato l’ennesimo rinvio del confronto con i sindacati. Da lunedì 26 maggio è stato spostato a lunedì 9 giugno alle ore 18.

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