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«Taranto sta morendo di estremismo ambientalista».

Non è piaciuta a nessuno la frase pronunciata da Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e patron di Duferco, nel corso di un’intervista rilasciata al collega Raffaele Lorusso di Repubblica sulla vertenza ex Ilva. Affermazione che non è andata giù al presidente del Consiglio comunale di Taranto, Gianni Liviano, che dal suo profilo social ha replicato a Gozzi facendo notare che «non sono stati gli ambientalisti a decretare la morte di Taranto. Taranto è stata ferita da decenni di scelte industriali imposte dall’alto, senza alcuna partecipazione della comunità, senza tutele adeguate per la salute dei cittadini, senza un piano di riconversione e sviluppo alternativo».

 

Al contrario, scrive ancora Liviano, gli ambientalisti «hanno avuto il merito di dare voce a chi soffriva silenziosamente, di portare alla luce dati medici e scientifici, di denunciare quello che era sotto gli occhi di tutti: un territorio avvelenato, una città che pagava in termini di tumori, malattie e vite spezzate il prezzo della produzione siderurgica».

Per cui, attribuire a chi ha denunciato i problemi la responsabilità della crisi economica e sociale di Taranto «significa – sottolinea ancora Liviano - capovolgere la realtà. È come accusare chi grida “al fuoco” di aver provocato l’incendio. Il futuro di Taranto non può più essere pensato contro la salute e contro l’ambiente: o sarà sostenibile, o non sarà. E gli imprenditori che credono davvero nell’acciaio e nell’industria – conclude Liviano - hanno oggi la responsabilità di costruire un modello che tenga insieme lavoro, salute e dignità di un’intera comunità».

 

Vendita ex Ilva, Orlando (Pd). “Bando deserto. Lo avevamo detto”

«Per la verità non era difficile prevederlo ma, dobbiamo dirlo: lo avevamo detto. Il bando per l’assegnazione ai privati di Acciaierie d’Italia è andato sostanzialmente deserto. Due soltanto sono le offerte che riguardano l’insieme del gruppo ma la stessa stampa specializzata e meno specializzata parla di offerte molto deboli. Tutte le altre ipotizzano uno spezzatino, cioè una divisione dell’azienda in pezzi. Non era difficile prevederlo perché in un momento di incertezza così grande, pensare che ci fosse la disponibilità a fare un investimento di 8-9 miliardi era abbastanza incredibile».

Lo dice in un video sui social l’ex ministro del Lavoro e responsabile Politiche industriali Pd, Andrea Orlando, il quale aggiunge: «non siamo per niente contenti di aver avuto ragione. Pensiamo che adesso si debba intervenire e fare quello che probabilmente si doveva fare prima, cioè fare in modo tale che lo Stato svolga una funzione di garanzia e accompagni oltre la transizione, sia quella ambientale sia quella tecnologica, questo grande gruppo fondamentale per il nostro Paese, non solo per i livelli occupazionali che deve difendere, non soltanto perché resta ancora non risolto il tema di una grande emergenza ambientale come quella di Taranto, ma perché senza l'acciaio prodotto a Taranto il rischio è quello che la natura manifatturiera di tutto il nostro Paese sia messa in discussione».
Orlando poi prosegue chiedendosi «perché molti che sapevano con chiarezza che questa proposta era inverosimile abbiano taciuto, anzi l'abbiano legittimata e salutata con entusiasmo, pur sapendo che aveva i piedi d'argilla. Il ministro Urso – aggiunge il responsabile Politiche industriali del Pd - ha cercato nel corso di questi mesi di scaricare la responsabilità sugli enti locali. È stato sfortunato perché gran parte degli enti locali hanno detto andiamo a vedere le carte. Le carte sono sul tavolo e non sono buone, vanno tolte e ne vanno messe delle altre. Bisogna lavorare – conclude il video Orlando - perché non si interrompa il lavoro, la produzione, un'attività che è fondamentale per il futuro dell'industria italiana».

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