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«Una fine annunciata, inesorabile, alla quale ci rifiutiamo di arrenderci». Paolo Castronovi, segretario provinciale del Partito Socialista Italiano, non usa mezzi termini nel commentare la situazione dello stabilimento siderurgico di Taranto. Per lui le responsabilità sono «diverse e molteplici» e non si può accettare che la storia industriale della città «finisca per colpa dei responsabili e nell’indifferenza dei complici che l’hanno voluta e perseguita».


Castronovi sottolinea come la siderurgia non possa essere immaginata «come un campo di fiori», ma che sia possibile renderla compatibile con la vita e la salute dei cittadini «rispettando le norme vigenti in materia di sicurezza per chi ci lavora e di salvaguardia dell’ambiente per chi ci vive accanto». Per il Psi, servono «parametri chiari, obiettivi perseguibili di protezione della salute, risanamento e salvaguardia ambientale», che richiedono «risorse e investimenti certi» e soprattutto «scelte condivise, che mal si conciliano con il rifiuto pregiudiziale».
Il segretario socialista richiama la scelta italiana di decarbonizzare la siderurgia, «a differenza di altri Paesi europei che continuano a produrre acciaio con gli altoforni». Una decisione che Castronovi definisce «corretta», ma che deve misurarsi con «l’approvvigionamento del gas per alimentare i forni elettrici e la produzione del preridotto, senza i quali non c’è decarbonizzazione». E avverte: «Non ci sarà decarbonizzazione a Taranto se continueremo a rifiutare il combustibile Dri. Dopo il danno, rischiamo la beffa di vedere realizzati altrove gli impianti green per cui ci siamo battuti».
Il segnale più evidente, secondo Castronovi, è «l’accelerazione sulla chiusura definitiva delle batterie», che dimostra «come non ci sia alcuna intenzione di salvare la nostra fabbrica». Da qui l’appello diretto al governo: «Va stanato, piuttosto che agevolato fornendogli alibi che gli consentono di scaricare su di noi un disegno scellerato e preordinato».
Il Psi di Taranto chiama in causa anche i nuovi eletti in Regione, di maggioranza e opposizione, chiedendo loro di «sventare questo ulteriore scippo», e invita «i rappresentanti della produzione, a tutti i livelli sindacali e datoriali, a mobilitarsi».
«Bisognerà pure arrivare a dire la verità – insiste Castronovi – lo stabilimento ex Ilva non sta tirando le cuoia a causa di una crisi produttiva o di mercato. Non era avviato al fallimento: l’acciaio prodotto serviva il mercato italiano, che ora deve importarlo dall’estero».
Per il segretario socialista, la prospettiva di un territorio «condannato a vivere di assistenza dopo aver linciato un insediamento produttivo che distribuiva lavoro e benessere» è inaccettabile. «Meriterebbe la costituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta – conclude – per portare alla luce le vere responsabilità e segnalarle ai lavoratori e alle comunità che vedranno cambiare il loro futuro per generazioni».

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