CRONACHE TARANTINE
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Nell’Aula di Montecitorio, questa mattina, la voce dell’on. Francesca Viggiano ha riportato il dibattito politico lontano dai toni rituali e dentro la realtà quotidiana di tre città che da anni vivono sospese tra speranza e paura: Taranto, Genova e Novi Ligure.
La discussione della sua interpellanza urgente sull’ex Ilva, calendarizzata oggi 6 marzo 2026, è diventata il racconto di una comunità che non vuole più essere trattata come un caso industriale, ma come un territorio fatto di persone, famiglie, bambini.
«Parlo come parlamentare, ma soprattutto come cittadina di Taranto e come madre», ha esordito Viggiano, descrivendo una città «meravigliosa ma ferita», costretta da decenni a convivere con un conflitto che definisce «innaturale»: scegliere ogni giorno tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute. Ha ricordato i padri di famiglia che entrano in fabbrica «senza sapere cosa respirano e con la paura di non tornare a casa», un’immagine che ha attraversato l’Aula come un colpo secco. Undici morti sul lavoro in dodici anni, l’ultimo appena il 2 marzo, e lo studio SENTIERI che certifica un eccesso di malattie infantili legate all’inquinamento: «Il futuro dei nostri bambini è diventato una promessa fragile».
L’interpellanza ha puntato il dito contro quella che Viggiano definisce «una mancanza di visione strategica» da parte del Governo. Ha suscitato allarme, ha detto, l’ammissione del Ministro della Giustizia che ha dichiarato di non conoscere il provvedimento del Tribunale di Milano che dispone la chiusura dell’area a caldo dal 24 agosto 2026. «Se un membro del Consiglio dei Ministri non ha contezza di un atto che potrebbe fermare il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, significa che il Governo non ha una strategia», ha affermato. Anche l’ipotesi di vendita al fondo statunitense Flacks Group è stata accolta con prudenza: «Non c’è un piano industriale, non ci sono impegni vincolanti sulla decarbonizzazione, non ci sono garanzie per gli 8.500 lavoratori».
Viggiano ha chiesto risposte immediate su questioni precise e non più rinviabili: le nubi rosse che tra il 20 e il 22 febbraio hanno avvolto i quartieri vicini allo stabilimento, la condizione dei 4.450 lavoratori in cassa integrazione – «una sospensione della vita lunga dodici mesi» – e il trattamento definito «discriminatorio» verso le imprese dell’indotto, molte delle quali attendono ancora il pagamento dei crediti.
«Nessuna strategia industriale potrà mai giustificare un’altra morte», ha scandito la deputata, chiedendo che lo Stato intervenga «per proteggere i cittadini e non per socializzare i costi e privatizzare i profitti». L’obiettivo, ha ribadito, non può più essere soltanto produrre acciaio, ma farlo in modo «compatibile con la vita».
La risposta del Governo, secondo Viggiano, è stata del tutto insufficiente: «Dopo aver elencato provvedimenti giudiziari e presunte rassicurazioni per l’indotto, nulla è stato detto su come e quando questa fabbrica sarà resa compatibile con la salute dei tarantini, nulla sugli ultimi eventi emissivi, nulla sul cronoprogramma degli interventi e sulle tutele del lavoro». Una mancanza che la deputata ha definito «inaccettabile».
La conclusione è stata un appello netto: «La dignità del territorio passa per il coraggio della verità. Taranto non può essere più considerata una città sacrificabile: è una priorità nazionale».