CRONACHE TARANTINE
IL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE DI TARANTO
Uno sportivo saggio dice la maratona si corre per i primi 30 chilometri con le gambe, i successivi 10 con la testa, gli altri 2 con il cuore e i restanti 195 metri con le lacrime agli occhi.
Gambe e testa il Taranto li ha impiegati in stagione nella giusta misura a fasi alterne, sprecando e rincorrendo, lasciandosi spesso andare e poi, ad un certo punto dell’annata, credendo testardamente in qualcosa di poco realizzabile. Nell’ultima gara, quella decisiva per salire in Serie D, oltre alle gambe (condizione fisica) e alla testa (gestione delle emozioni specialmente in casa) sarà necessario avere un cuore matto e palpitante, una voglia di andare oltre la fatica e le difficoltà, tipica di quelle che propone una finale secca. A Massafra, ospitando il Gladiator, dopo lo 0-0 dell’andata ad Aversa, andrà in scena infatti una gara secca, di quelle che i rossoblù sono stati abituati ad affrontare specie nel girone di ritorno. Quando ogni gara era senza appello, dove si procedeva lungo un filo sottilissimo, dove ogni errore si poteva pagare a caro prezzo in termini di classifica. Il patron Sebastiano Ladisa, nel post partita dello stadio Bisceglia, in merito al ritorno del 14 giugno, ha parlato di “ultimo miglio”. Siamo al redde rationem, il punto di non ritorno, al Taranto non resta che finire il lavoro. Avrà il conforto di giocarsi tutto nella cornice privilegiata dello stadio Italia, un fortino inespugnabile, un focolare in cui sentirsi protetto. Sarà un ritorno differente dalla semifinale, dove si era stati capaci di accumulare un prezioso vantaggio nella prima partita. Restando fedele alla proposta di gioco, al desiderio di dominare il campo con il pallone tra i piedi, cambierà la natura psicologica della sfida. Ad Apice, comunque, si poteva gestire un robusto 3-1, senza però abbandonare l’idea di infliggere l’ultima “banderilla” all’avversario. A Massafra bisognerà vincere e fare gol, esercizio che in casa nella gestione Danucci è sempre riuscito (unica gara senza reti lo 0-0 contro il Brindisi e in panchina c’era Panarelli). Tanto pubblico, tanto calore, tanta responsabilità. Certamente tanta pressione, le gambe dovranno essere querce. Il Taranto dovrà farsi trascinare e non travolgere dal prevedibile entusiasmo, non farsi soggiogare dal peso emotivo che schiaccia chi deve in ogni modo rispettare un pronostico e tanta attesa. È già successo nella storia del calcio tarantino, non vogliamo nemmeno citare alcune squadre improponibili, è sconsigliata ogni forma di emulazione. Anche perché, se volessimo restare nei confini tecnici, il Taranto nella prima gara di finale nazionale playoff, ha espresso una cifra di gioco superiore all’avversario, piuttosto primitivo nel suo scolastico 3-4-3. Il Taranto, nel rispetto della propria identità, ha fatto la partita, fraseggiando, trovando spesso gli uomini liberi tra le linee. È mancata la rifinitura, l’ultimo passaggio, la scelta appropriata. In tal senso Danucci dovrà studiare bene il suo arsenale offensivo perché la sensazione è che per forma e tenuta mentale, le quotazioni degli attaccanti stiano facendo registrare alcune forti oscillazioni. Il Gladiator ha giocato più sugli errori degli ionici e per poco non riusciva nel suo piano dopo l’errore in disimpegno di Vukoja, limitando al minimo la manovra e cercando in modo spiccio i propri attaccanti. Ma a Massafra, come detto, non basteranno solo gli aspetti tecnici o tattici. La testa sarà fondamentale, il cuore sarà necessario. La famigerata terza via, appunto, è da consumarsi negli ultimi metri. Sperando poi di scacciare tutta quella frustrazione accumulata in una stagione inedita per contesto e sedi di gioco in una gioia liberatoria. Mancano novanta minuti, si spera giusto quelli. Manca l’ultimo miglio, da correre tutti insieme, guardando dritto al traguardo, senza guardarsi indietro. Perché indietro, ora, non si può e non si deve tornare.