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C’è una marcata tendenza all’esterofilia. Tra i confermati un montenegrino di origine sebbene poi naturalizzato italiano (Hadziosmanovic), un bosniaco (Vukoja).

Tra i nuovi arrivi due serbi (Rajkovic e Skoric) e due argentini (Perretta e Mutisi). E probabilmente la lista andrà aggiornata. Una tendenza limitata al Taranto, ma potrebbe essere estesa a diverse squadre di Eccellenza, che fa seguito alla passata stagione dove esisteva una radice anche marcatamente africana nel gruppo rossoblù (Konate, Souare, Imoh, Emane). Curioso capire da dove nasca questa esigenza di affidarsi a giocatori oltre confine, alcuni già in possesso di un consistente bagaglio di esperienze italiane, a fronte di altri che si cimentano da poche stagioni con questi tornei dilettanti. Non è la sede e nemmeno il caso di scomodare riflessioni filosofiche o antropologiche, sulla necessità di ritenere più o meno affidabile o conveniente scegliere l’opzione straniera a scapito di quella italiana. Come sempre, la stesura di certe rose (a inizio stagione o in corso d’opera) dovrebbe essere retta da motivazioni tecniche, mossa alla sagacia del dirigente di turno di cogliere la degna opportunità di mercato. Però una piccola riflessione va fatta. Se nel reparto under (un giorno bisognerà approfondire la fondatezza di questa regola e la sua, a nostro avviso, ambigua applicazione) l’indirizzo di pescare nei vivai italiani appare obbligatorio per questioni puramente anagrafiche, lo scenario muta quando si estendono i confini della costruzione dell’organico. Italiani poco affidabili, stranieri meno tendenti alle distrazioni: sarebbe fuorviante e poco serio porgere l’analisi in questi termini. Certamente, se vogliamo parlare del Taranto, non è casuale che si peschi essenzialmente all’interno di due universi calcistici riconoscibili e con precise attitudini caratteriali e tecniche. Gli argentini e i calciatori che provengono dai territori della ex Jugoslavia hanno per storia e retaggi culturali più “pelo sullo stomaco” per usare le parole del direttore Danilo Pagni che nell’analisi di fine stagione aveva colto una generale poca inclinazione al cinismo e alla concretezza. Hanno quella “cazzimma”, quella sfrontatezza e quella capacità di adattamento specie in situazioni burrascose che in molti invidiano. Gli argentini spopolano, specie in Puglia, sia in Serie D che in Eccellenza. Hanno un amore per il calcio unico, sanno calarsi in modo viscerale nella realtà di turno: sanno “menare” e sanno giocare al calcio all’occorrenza. Chi proviene dalla dissolta ex Jugoslavia, territorio ora diviso in sette stati indipendenti, possiede quel mix di estrosità e noncuranza, a volte impermeabile ai periodi di turbolenza interna o ricchi di polemiche. Certamente gente che non si spaventa, che se sbaglia lo fa per un pizzico di presunzione per un popolo di giocatori che fino agli anni novanta, si è sempre sentito etichettare con la dicitura di brasiliani d’Europa. Il Taranto prende forma, anche rapidamente secondo le volontà del neo tecnico Alberto Giuliatto. Non è sfuggita una sua frase nella conferenza stampa di presentazione. “C’è bisogno di dinamismo e intensità che a volte sono mancate l’anno scorso”. Un Taranto, quindi, che intende vincere anche attraverso la battaglia. Che parli poi in campo tante lingue diverse importerà poco.

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