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Monopoli, stagione 2004/05. Giovanni Loseto dopo tre giornate viene esonerato, subentra Nicola Ragno che vince 31 delle successive 35 gare e fa volare i biancoverdi in Serie D.

La famiglia Ladisa spera che la storia si ripeta, anche se non sappiamo al momento se il tecnico di Molfetta (uno dei papabili) possa tornare sulla panchina del Taranto. Di questi cambi di rotta, al limite della schizofrenia, siamo ormai abituati. Aver gettato a mare in tre settimane un progetto di una stagione, non depone a favore della programmazione, della capacità di lungimiranza, di architettare un futuro sportivo. È il solito problema: calcio e progetto insieme in una frase spesso sono ossimori, termini uno contrario dell’altro, specie se le scelte sono poi dettate dagli umori del momento. Il pareggio o la quasi sconfitta contro il Polimnia ha determinato il terremoto tecnico che non si sperava avvenisse, ma che in realtà covava sotto la cenere. Alberto Giuliatto è stata la classica scommessa persa in partenza. Poco empatico e piuttosto schivo di carattere (se gli insulti a Marasciulo fossero veri saremmo davanti anche ad una persona con valori umani limitati), non è riuscito almeno sotto l’aspetto tecnico a creare un legame con l’ambiente. La sua proposta di gioco è apparsa farraginosa, priva di costrutto e complicata dalla voglia di rotazione continua, che ha finito con ingolfare questo avvio di stagione. Squadra nuova, tecnico nuovo: la vecchia idea è di puntare da subito su uno schieramento più o meno base e aggiungere gradatamente i vari tasselli. Ma forse le colpe di Giuliatto sono relative. Affidare ad un allenatore, che ha sottolineato come il suo calcio si basasse su movimenti e intensità, un organico di ultra trentenni, si è rivelato erroneo e controproducente. E qui si arriva al direttore sportivo Danilo Pagni, anche lui colpito dalla mannaia della famiglia Ladisa. La scorsa estate, quando finì il campionato, le sue possibilità di permanenza erano vicine allo zero. Poi le quotazioni circa una sua conferma che schizzano e, anzi, i pieni poteri ricevuti in sede di scelta dell’allenatore (i Ladisa avevano contattato Ragno per primo) e costruzione dell’organico. Qui si sono evidenziati i limiti del dirigente calabrese che è stato un giovane prodigio nei primi anni duemila, ma che nelle ultime stagioni è stato oggettivamente fuori dalle operazioni e che solo Taranto, dopo almeno sei anni di mancanza di ruoli attivi in club, era stato in grado di riabilitare. Le colpe di questo avvio così rallentato, però, sono ovviamente da estendersi anche alla proprietà. Le scelte degli uomini, alla fine, ricadono sotto una precisa responsabilità. E poi bisogna fare chiarezza sul caso Loiodice e sulla decisione di metterlo fuori rosa. Scelta del tecnico? Scelta condivisa? Loiodice aveva un problema con l’allenatore? Vuole restare ancora a Taranto? Domande che vanno evase al più presto nel nome della chiarezza. Ma forse, il silenzio della società alla vigilia sullo specifico caso, è stato un chiaro indirizzo di quello che stava per avvenire. Troppo rapida la comunicazione di esonero (mezzora dopo la fine della gara), quasi che si aspettasse un altro mezzo passo falso per autorizzare il repulisti. Tempo per recuperare ce n’è ancora, oltretutto se dovessero essere restituiti i due punti di penalizzazione. Ma alla fine di questa vicenda, resta il classico amaro in bocca. Si sperava che la partenza per tempo potesse essere soddisfatta da decisioni ponderate. Ora, forse, siamo davanti all’ennesima inversione. Ora, forse, si tornerà a puntare sul tecnico di fondata esperienza e si accantoneranno le giovani promesse della panchina. Perché non pensarci prima? Il rischio è che un nuovo allenatore avanzi delle specifiche richieste tecniche, il pericolo che parte di questa rosa possa essere accantonata nelle prossime sedute di mercato per un altro cambiamento radicale, proprio come avvenuto nella passata stagione. In nome della progettualità sarebbe stato più ovvio (lo abbiamo anche scritto in estate) confermare Ciro Danucci e rafforzare il progetto tecnico. Sarebbe stato più logico, ma si sono prese altre direzioni. Ora non bisogna sbagliare nomi di allenatore e direttore sportivo, va ripresa la rotta verso la Serie D. Va conferita fiducia all’ambiente, vanno risistemati alcuni equilibri interni. Va assunta gente di personalità, perché in questo mondo, in qualunque categoria, non si inventa nulla. Progetto, alla fine, resta nel calcio solo una bella parola con cui condire i propri proclami.

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