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Taranto si prepara a vivere ancora una volta uno dei momenti più identitari e profondi della sua tradizione: la consegna del santo alla città, quel gesto antico che ogni anno rinnova un legame fatto di fede, memoria e appartenenza.

È un rito che non ha bisogno di effetti speciali per emozionare, perché parla la lingua semplice e potente delle cose che resistono nel tempo. L’8 maggio, nella penombra solenne della cattedrale, quando il simulacro di San Cataldo verrà portato ai piedi dell’altare e consegnato simbolicamente al sindaco, la città intera avrà la sensazione di ritrovarsi, di riconoscersi, di essere ancora comunità.
La cerimonia de ‘U pregge apre ufficialmente i festeggiamenti in onore del patrono e rappresenta da secoli il momento in cui il popolo tarantino “si pregia” di festeggiare il suo santo. Quest’anno sarà il sindaco Piero Bitetti a ricevere la statua, assumendo l’impegno – come vuole la tradizione – di custodirla, onorarla e riconsegnarla intatta al capitolo metropolitano. Un tempo, come ricordano gli studiosi, il rito si svolgeva alla presenza di un notaio; oggi resta la sostanza, quel patto morale tra istituzione e comunità che attraversa i secoli. Uno dei documenti più antichi che ne parla risale al 1679, testimonianza di una continuità che pochi luoghi possono vantare.
Attorno a ‘U pregge ruotano anche modi di dire che hanno attraversato generazioni. Enzo Risolvo, nel suo volume Memorie di religiosità popolari tarantine, ricorda l’espressione rivolta a chi ostenta vanità o ambizione: «ce vue ‘u pregge cum’a San Catàvete», quasi a dire che c’è chi vorrebbe essere celebrato come il santo stesso. E sempre Risolvo tramanda un altro aneddoto legato alla festa, quello che ha dato origine al celebre detto «viste cippone ca pare barone».
La storia, divenuta patrimonio popolare, racconta del barone Ulmo, che abitava a pochi passi dalla cattedrale e che ogni anno invitava la nobiltà tarantina ad assistere alla processione dal suo balcone. Un’edizione, però, una grave broncopolmonite lo costrinse a letto, gettando nel panico i familiari che non sapevano come giustificare l’assenza del padrone di casa. Fu allora che una servetta ebbe l’idea: vestire un grosso ceppo di legno con gli abiti del barone, sollevando bene il bavero per nasconderne l’assenza del volto, ed esporlo al balcone. L’escamotage funzionò così bene che nessuno, almeno all’inizio, si accorse dell’inganno. Ma la voce, come sempre accade, si sparse rapidamente, e il popolo coniò il proverbio che ancora oggi si usa per indicare chi, pur non avendone la sostanza, tenta di apparire più di ciò che è.
Riti, parole, storie: tutto concorre a fare della festa di San Cataldo non solo un appuntamento religioso, ma un momento in cui Taranto si guarda allo specchio e ritrova la propria identità. ‘U pregge non è soltanto la consegna di una statua: è la consegna di un’eredità, di un sentimento collettivo che continua a vivere, anno dopo anno, nella memoria e nel cuore della città.

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