CRONACHE TARANTINE
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Il Natale più lungo dell’anno? A Taranto, of course! La città dei due mari, che Cosimo Argentina in un suo libro scrisse che “non è in Puglia ma… a Taranto”, non poteva non distinguersi dal “resto del mondo”.
Del resto le feste natalizie in riva allo Ionio durano ben 46 giorni. Iniziano il 22 di novembre, giorno di Santa Cecilia, per concludersi il 6 gennaio, giorno dell’Epifania di nostro Signore. Non a caso un detto tarantino recita: “Ci Natale bbuene vuè ccu fface de Sanda Cecìlie ha ‘ccummenzare”.
Tra gli appuntamenti tradizionali del Natale tarantino, oltre alla ricorrenza di Santa Cecilia (22 novembre), di Santa Caterina (25 novembre, “de Sanda Catarine ‘a neve sus’a spine”), Santa Barbara (4 dicembre, “Sanda Barbare e San Simone libberene da le lamb’e da le truene”) e San Nicola (6 dicembre, “de San Nicole, lass’a pignat’e pigghie ‘ a frezzole”), c’è la festa dell’Immacolata, compatrona di Taranto insieme a San Cataldo.
Quella dell’Immacolata è una festa molto sentita a Taranto perché riporta indietro nel tempo, all’8 dicembre del 1710 per l’esattezza, quando la città fu scossa da un violento terremoto verificatosi la notte tra il 7 e l’8 dicembre, appunto. Terremoto che causò grandi distruzioni ma senza che si registrasse neanche un vittima. La popolazione attribuì il miracolo alla Madonna che fu così proclamata protettrice della città nel successivo mese di luglio del 1711.
Nel 1743, il 20 febbraio, un altro terremoto, che causò anche uno tsunami, afflisse il Salento. Anche in questa occasione la città subì solo lievi danni. Per i tarantini fu la Vergine ad arrestare entrambe le catastrofi con un gesto delle sue mani. Il simulacro dell’Immacolata, infatti, presenta una inconsueta posizione delle mani: non raccolte sul petto ma spostate verso destra come se avessero voluto deviare il terremoto.
Per circa due secoli l’Immacolata fu venerata come patrona minore di Taranto. Il 12 febbraio del 1943, su proposta dell’allora arcivescovo mons. Ferdinando Bernardi, fu proclamata “patrona principale di Taranto insieme e con san Cataldo”.
A proposito del terremoto del 1710, Nicola Caputo in un suo libro ricorda che per la paura i tarantini si riversarono nelle campagne e nelle masserie del territorio nutrendosi per diversi giorni di ciò che offriva la natura ovvero rape, cavolfiori, finocchi eccetera, cibi che sono entrati a far parte della tradizione culinaria tarantina durante le festività natalizie e non solo.
Vediamo alcune ricette.
Cime di rape a’ stufate
Ingredienti: un chilo di cime di rape, olio extravergine di oliva, uno spicchio d’aglio, peperoncino piccante, sale, pane tostato.
Preparazione: pulire le rape liberandole dai torsoli e dalle foglie dure, lavarle più volte in abbondante acqua e lasciarle scolare. In una pentola far soffriggere l’olio, il peperoncino e l’aglio. Quando l’aglio sarà dorato nella pentola, che poi andrà coperta, vanno aggiunti le rape e il sale. Far cuocere a fuoco lento e poi servire magari accompagnando con le fette di pane tostato.
Mùgnele c’u lemone
Ingredienti: un chilo di mugnoli, limone, olio extravergine d’oliva, sale.
Preparazione: lessare i mugnoli in abbondante acqua e sale e, una volta cotti, scolarli e condirli con olio e limone.
Fricijdde e mùgnele
Ingredienti: 350 grammi di maccheroni fatti in casa, 700 grammi di mugnoli puliti, olio extravergine d’oliva, aglio, peperoncino, sale e 4 acciughe di media grandezza.
Preparazione: pulire i mugnoli e lessarli leggermente in abbondante acqua salata, subito dopo aggiungere la pasta e completare la cottura. A parte si fa soffriggere l’olio, l’aglio, le acciughe e il peperoncino. Dopodichè scolare la pasta e versarci sopra il condimento. Non resterà che servire il piatto ben caldo.
Ma nel giorno dell’Immacolata e dell’immediata vigilia non possono mancare le classiche Chiancaredde e cime de rape. Vigilia che a Taranto è contrassegnato dal digiuno all’ora di pranzo in preparazione della cena il cui classico menù prevede stualette cu le cozze; capetone all’agrodòce; oscre, cozzagnachele, javatune e sanacchiude).
Anche alla vigilia di Natale è d’uso restare digiuni a pranzare per poi cenare tutti insieme la sera. Infatti il detto dice che “A ci no’ fface ‘u disciune ‘a visciglie de Natale o jè turche o jè anemàle.
In “Tradizioni e canti popolari a Taranto e nei paesi di aria tarantina” Alfredo Majorano riporta l’elenco di quello che si mangiava la sera del 24 dicembre, vigilia di Natale:
Virmecijdde cu cozze, agghie, uègghie e putresine; zuppe de pesce cu angijdde, scòrfane e frutte de mare; capetune ‘o furne o arrustute; cavulaffiure addelessate o fritte; baccala indr’a frezzole; mùgnele cu uègghie e lemone; cape d’acce e fenucchie; catalogne e nuce de terra; castagne d’u prevete; tutte le frutte de mare; pèttele, sanacchiudde e carteddate.
(fonte “Mange e bbive tarandine” di Rosa e Enzo Risolvo, Scorpione editrice)