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Foto e video Studio R. Ingenito

Taranto ha respirato ancora una volta la sua anima più profonda, quella che si specchia nel mare e si riconosce nel rito.

La processione di San Cataldo ha trasformato la notte in un abbraccio collettivo, tra luci, acqua e memoria. Sul lungomare, la folla si è stretta attorno alla motonave che portava il simulacro del Patrono, mentre il Castello Aragonese, maestoso e immobile, si è fatto teatro di luce e devozione. Le fiammate dei fuochi hanno illuminato le mura antiche, e per un istante il mare ha riflesso la fede di un’intera città.
C’erano famiglie, giovani, anziani, turisti e marinai: tutti con lo sguardo rivolto verso quella statua che attraversava l’acqua come un segno di continuità, di speranza, di identità. «È il momento in cui Taranto si riconosce», diceva qualcuno tra la folla, mentre il vento portava l’eco delle campane e il profumo salmastro del porto.
Ogni anno la stessa emozione, eppure sempre nuova: la città che si raccoglie, che si racconta, che si rinnova nel gesto antico di affidarsi al suo Santo. Il mare, le luci, il Castello, la folla: tutto ha parlato di appartenenza, di fede e di bellezza. E quando il cielo si è acceso di fuoco e di applausi, Taranto ha capito ancora una volta che la sua storia non è solo tradizione, ma un sentimento che unisce e resiste — come le onde che accarezzano le sue pietre da secoli.

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