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L’esclusione dell’aeroporto di Taranto‑Grottaglie dai voli civili non è solo una notizia amara: è la fotografia di una sconfitta totale.

Una sconfitta della politica, certo. Ma anche delle istituzioni, dei territori, delle rappresentanze che per anni hanno promesso ciò che non hanno mai saputo ottenere. È la resa di un’intera classe dirigente incapace di trasformare un’infrastruttura strategica in un servizio reale per i cittadini.
Un aeroporto con una pista tra le più lunghe d’Italia, certificato, pronto, potenzialmente competitivo, è rimasto per decenni un gigante addormentato. E non per mancanza di possibilità, ma per mancanza di volontà. Perché quando un territorio resta senza un’infrastruttura essenziale, la responsabilità non è tecnica: è politica. È culturale. È di visione.
La verità è semplice: Taranto è stata lasciata sola. Da chi avrebbe dovuto difenderla nei tavoli regionali e nazionali. Da chi ha preferito gli annunci alle battaglie. Da chi ha accettato che un aeroporto potesse vivere di studi, convegni e promesse, senza mai vedere un volo di linea.
Questa non è la sconfitta di un progetto. È la sconfitta di un’idea di futuro. E riguarda tutti: chi ha governato, chi ha taciuto, chi ha rinunciato, chi ha creduto che Taranto potesse accontentarsi.
Un aeroporto non è un lusso. È mobilità, dignità, sviluppo. È un diritto. E quando un diritto viene negato, la sconfitta non è mai di uno solo. È di un territorio intero.
Taranto merita di più. E merita di pretenderlo. Sempre.

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