CRONACHE TARANTINE
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Il gruppo di imprese siderurgiche italiane pronto al passo indietro sull’ex Ilva. La cordata, guidata da Federacciai, avrebbe deciso di non presentare l’offerta per l’acquisizione dell’azienda, i cui termini scadono l’8 novembre. La notizia trapela da fonti vicine al gruppo: possibile sia ufficializzata a breve.
Il motivo? Problemi emersi in sede di due diligence effettuate di recente, per cui l’operazione sarebbe stata definita ‘fuori portata’.
Al momento, quindi, resterebbe in campo solo il colosso indiano Jindal, che punta a costruire uno stabilimento di dimensioni ridotte con circa 3-4mila dipendenti.
Nel frattempo, c’è un nuovo appuntamento presso il Ministero del Lavoro, che ha convocato i sindacati nella mattinata del 6 novembre. Al centro del confronto l’espletamento dell’esame congiunto della richiesta di cassa integrazione per un massimo di 8.622 lavoratori ex Ilva, comunicata dall’azienda lo scorso 17 ottobre. Riguarderebbe 9 lavoratori su 10.
Da registrare, inoltre, che i Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza hanno inviato una segnalazione al Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell’Asl, affinché si valuti se la fermata delle aree a caldo e quindi le modifiche all’assetto produttivo non comportino criticità per la salute e la sicurezza dei lavoratori.
C’è anche un altro fronte. Le segreterie regionali di Puglia e Liguria di Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti hanno dichiarato lo stato di agitazione di tutto il personale marittimo di AdI Servizi Marittimi, la società di Acciaierie d’Italia che gestisce la flotta al servizio degli stabilimenti. All’origine c’è la dichiarazione di demolizione volontaria presentata il 22 ottobre all’Autorità marittima per sei unità: Tauri, Vega I, Sirio I, Corona Boreale, Corona Australe e Ceti. A riferirlo è il quotidiano specializzato on-line Shipping Italy.
I sindacati contestano soprattutto il metodo. Nei precedenti incontri l’azienda aveva prospettato programmi di manutenzione dell’intera flotta, seppur scaglionati, e si era impegnata a convocare le parti sociali in caso di modifiche. La convocazione non è mai arrivata: la notizia è giunta per altre vie. Le sigle parlano di una decisione «tacita» dal «forte impatto occupazionale» e si riservano ogni altra forma di tutela.
Le sei unità sono ferme da tempo nel porto di Taranto. Già a marzo 2025 l’Unione Marittimi denunciava la sospensione delle manutenzioni e il ricorso a navi noleggiate da terzi. Nel 2025 è stato avviato il disarmo dei due spintori Corona e a maggio 2026 era emersa l’ipotesi di una loro cessione a una compagnia turca. L’associazione stimava allora ripercussioni per circa 240 marittimi e accusava i confederali di essersi mossi tardi. La richiesta del 22 ottobre trasforma l’ipotesi in un atto formale e la estende a tutte e sei le unità.
La flotta, vista la situazione dell’azienda, nata per muovere materie prime e semilavorati tra Taranto e gli stabilimenti, perde la sua funzione. Il governo punta a importare rotoli d’acciaio dall’estero per alimentare gli impianti del Nord da gennaio, e i mezzi fermi diventano un costo da tagliare. Per questo i sindacati temono che le sei demolizioni siano solo l’inizio.
Per i marittimi di ADI Servizi Marittimi, la risposta dell’azienda allo stato di agitazione dirà se il loro futuro si deciderà a quel tavolo o se verrà chiuso prima, in un cantiere di demolizione.